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Comuni-Care o S-comunicare

Nel libro “Intelligenza Emotiva”, Daniel Goleman ha sottolineato come la preziosa arte delle relazioni tragga forza dalla maturità di due capacità emozionali: l’autocontrollo e l’empatia.
Le nostre competenze sociali dipendono da quanto siamo disposti a sintonizzarci con il vissuto dell’altro, con le sue parole, le sue emozioni e da quanto siamo in grado di navigare le emozioni e opinioni che danzano nella nostra testa.
Troppo spesso, imbarazzati dal silenzio o poco inclini a prenderci cura del nostro modo di comunicare, decidiamo di riempire gli spazi vuoti con parole “fuori sincrono”, monologhi non richiesti o esplosioni emotive che possono inibire o frenare il dialogo.

Comunicare vuol dire “mettere in comune”, interagire con l’altro attraverso tre livelli:
Non verbale: esplicitato attraverso l’espressione del volto, la postura, la gestualità, la distanza prossemica, il contatto visivo e fisico. Il modo in cui comunichiamo, prima ancora delle parole, lancia un messaggio potente che occupa più della metà della comunicazione percepita. Capita, a volte, che il “cosa” vogliamo comunicare sia in perfetta antitesi con il “come” decidiamo di farlo, ma la buona notizia è che c’è sempre tempo per insegnare ai nostri “cosa” e “come” il modo per entrare in sintonia.
Paraverbale: è espresso dalla nostra voce, dalle pause, dal volume, dal tono e dal ritmo. La melodia delle parole rappresenta uno dei veicoli attraverso cui esprimiamo le nostre emozioni.
Verbale: semplici parole possono ferire o guarire. L’emozione può ancorarle al ricordo per sempre, addossare loro un timbro emotivo capace di restare aggrappato alla nostra mente attraverso il suo continuo rimuginio. Anche per questo motivo è utile prestare particolare attenzione al modo in cui “verbalizziamo”.

Parafrasando lo psicologo Marshall Rosenberg, padre della comunicazione non violenta, “le parole possono essere finestre oppure muri”. Ogni livello della  comunicazione racconta all’altro chi siamo e mostra a noi stessi come veniamo percepiti all’esterno. Ecco, il punto è proprio questo: cosa vogliamo raccontare di noi? Come vogliamo essere percepiti dagli altri? Qual è il nostro obiettivo comunicativo?

Sta a noi scegliere se avviare una comunicazione efficace oppure decidere di riempire il prezioso spazio comunicativo con monologhi centrati solo sui nostri bisogni. Possiamo “comunicare” o “scomunicare”, spegnere o alimentare l’incendio, dialogare pacificamente o recitare un monologo giudicante, esprimere il senso profondo di ciò che desideriamo condividere con l’altro o lasciare che la conflittualità prenda il sopravvento confondendo il contenuto, ascoltare attivamente o preparare già la nostra risposta, concentrarci sulla pagliuzza nell’occhio dell’altro o sulla trave nel nostro.

Ogni istante della nostra esistenza può diventare un’occasione preziosa per prenderci cura della nostra comunicazione e renderla efficace.
Da dove iniziare?

Dal tempo. Tempo per ascoltarci dentro, per liberare il messaggio da elementi confondenti, per riflettere su ciò che diciamo e facciamo, tempo per accogliere il silenzio. Tempo per allenarsi a Comuni-Care.

 

Silvia Iovine
Giornalista

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